Cadute dall’alto: il coordinatore non basta
Chi lavora nei cantieri lo sa: le cadute dall’alto restano una delle principali cause di infortunio grave o mortale. Nonostante norme, piani di sicurezza e formazione, il numero degli incidenti continua a essere inaccettabile. E non perché manchino i documenti o le regole, di quelli siamo pieni, ma perché spesso manca qualcosa di più concreto: una presenza reale e continua sul campo.
Come coordinatore per la sicurezza, mi capita spesso di trovarmi in una situazione paradossale: redigere un piano di sicurezza e coordinamento dettagliato, coerente, ben strutturato… e poi sapere che in cantiere, ogni giorno, la realtà è diversa. Perché il coordinatore non vive lì. Non è presente “tutti i giorni e tutto il giorno”. E quindi, inevitabilmente, le interferenze, i cambi di squadra, le abitudini radicate e i piccoli compromessi quotidiani prendono spazio.
C’è una distanza enorme da colmare tra carta e realtà.
Il PSC, il Piano di Sicurezza e Coordinamento, è spesso un documento impeccabile dal punto di vista formale, ma il cantiere è un organismo vivo, mutevole, pieno di imprevisti. Ogni giorno cambia qualcosa: un ponteggio spostato, un mezzo che non funziona, un’impresa che entra per due ore e se ne va. E dentro questi cambiamenti si nascondono i rischi più gravi: scale appoggiate male, parapetti rimossi “solo per un attimo”, lavoratori che si fidano più dell’esperienza che delle procedure.
La prevenzione delle cadute dall’alto non è solo una questione tecnica, ma una questione di presenza e cultura. Perché anche il miglior piano di sicurezza vale poco se nessuno verifica costantemente che venga applicato.
Chi svolge il ruolo di coordinatore lo sa: la legge gli attribuisce responsabilità pesanti, ma strumenti limitati. Il coordinatore non può essere l’unico garante.
Il coordinatore non ha il potere di fermare il cantiere in ogni momento, non può essere ovunque, e soprattutto non è, né deve essere, il “guardiano” di tutti. Il suo compito è coordinare, non sorvegliare in modo permanente.
È per questo che da tempo propongo una riflessione concreta: ogni impresa dovrebbe avere un proprio supervisore della sicurezza, una figura interna, formata e indipendente dal ritmo produttivo, che si occupi esclusivamente di verificare la sicurezza in modo continuo. Non un RSPP, non un preposto “tra una lavorazione e l’altra”, ma un vero e proprio sorvegliante tecnico della sicurezza, presente ogni giorno in cantiere, in grado di segnalare anomalie e intervenire tempestivamente.
Questa figura, se obbligatoria per ogni ditta, colmerebbe il vuoto operativo che oggi separa la teoria dalla pratica. Perché il coordinatore pianifica, ma qualcuno deve garantire che quella pianificazione resti viva e applicata, ora per ora.
C’è poi un altro punto che troppo spesso resta ai margini: la cultura della sicurezza non nasce nei documenti, ma nei comportamenti. La cultura della sicurezza non si insegna solo nei corsi.
Un lavoratore che mette in sicurezza un ponteggio, un trabattello, un parapetto senza che nessuno glielo chieda, lo fa perché ha compreso il valore del gesto. E questo avviene solo quando l’azienda, i dirigenti e i preposti partecipano attivamente alla costruzione di quella consapevolezza.
Non basta consegnare imbracature, DPI o organizzare corsi periodici: serve un dialogo quotidiano, un coinvolgimento continuo. Serve che chi guida le imprese sia il primo a dare l’esempio, a pretendere la sicurezza come valore non negoziabile. Serve che i lavoratori si sentano parte di un sistema, non destinatari di ordini o sanzioni.
Il tema delle cadute dall’alto non si risolve con nuove leggi o ulteriori adempimenti. Si risolve con la presenza costante, con il controllo operativo quotidiano e con la partecipazione di tutti. Serve spostare il baricentro dalla burocrazia alla realtà: meno timbri, più occhi sul campo.
E forse il passo decisivo è proprio questo: riconoscere che la sicurezza non è una condizione, ma un comportamento. Serve una nuova cultura della presenza. La vera prevenzione nasce dal momento in cui ogni lavoratore, ogni giorno, decide di proteggersi e di proteggere chi lavora accanto a lui.
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